FC Lampedusa, la squadra dei rifugiati di Amburgo

 

Arrivati dalla Sicilia nel 2012, grazie al club del St Pauli si sono integrati giocando a pallone

Se non ci fosse il pallone di mezzo, sembrerebbe una canzone di Fabrizio De André. Perché è una storia che si snoda tra prostitute e “ultimi”, preti illuminati e l’aria salmastra di un porto cittadino.

Tutto comincia nel freddo della Germania del nord. L’inverno del 2012 è bello rigido e il Mare del Nord non serve affatto ad addolcire il clima di Amburgo. Tutto il contrario di quello che succede più di tremila chilometri a sud, nel Canale di Sicilia. Da qui, ormai ogni giorno, transitano i barconi provenienti dall’Africa del nord. E quando non affondano, i migranti a Lampedusa ci arrivano, in attesa di conoscere il proprio destino. I centri d’accoglienza sull’isola al largo della Sicilia ormai scoppiano, tanto che l’anno successivo il Governo italiano partirà nell’ottobre 2013 l’operazione Mare Nostrum.

Tra i barconi che arrivano nel 2012 a Lampedusa, ce n’è uno pieno di migranti che per anni ha lavorato in Libia. Il regime di Gheddafi negli anni ha avuto bisogno di manodopera per i lavori che il Colonnello sta imponendo a Tripoli, per trasformarla nella nuova Dubai. Molti arrivano dall’Africa occidentale, ma anche da Sudan, per guadagnarsi un posto come muratore o manovale generico (spesso i lavori da elettricista vengono affidati a ditte di coreani). Poi la Primavera araba e la guerra civile che scoppia nel Paese e che costringe molti di loro a scappare alla spicciolata, sacrificando i pochi soldi presi come stipendio per darli agli scafisti.

A Lampedusa la situazione è al limite del collasso. L’Unione Europea sta chiudendo i rubinetti verso l’Italia e i suoi centri d’accoglienza. Il Governo italiano comincia così ad ospitare molti migranti in maniera transitoria, fornendo loro un po’ di soldi e permessi di soggiorno prima di indirizzarli verso il nord Europa. In molti puntano alla Svezia, ma non sempre i soldi bastano e c’è chi si ferma in Germania. Trecento di loro arrivano così a fine 2012 ad Amburgo. Per loro fortuna, trovano ad accoglierli il programma invernale d’emergenza della municipalità locale. Ma la loto fortuna dura poco, perché il Senato di Amburgo (ovvero l’esecutivo che amministra la città), alla fine del programma nell’aprile del 2013, spinge per rispedire in Italia quelli che ormai sono diventati in città “I rifugiati di Lampedusa”. Il lavoro non c’è, i rifugiati vivono per strada: l’unica soluzione è rimandarli da dove sono venuti.

Ma il borgomastro della città, il socialdemocratico Olaf Scholz, spinge per mandare via i rifugiati. I quali, dopo mesi per strada, trovano accoglienza in una chiesa di St Pauli. Nel quartiere ad ovest del centro di Amburgo sono abituati a vedere lo straniero. Vicino al porto, nei secoli scorsi i marinai ci trascorrevano intere nottate per divertirsi, tanto che le prostitute, tra questi vicoli, diventano un’istituzione. Tra i locali a luci rosse e la Reeperbahn, la via dei cordai, c’è un pastore di nome Sieghard Wilm, che decide di ospitare i rifugiati nella propria chiesa. In breve tempo, molti abitanti di Sankt Pauli portano cibo e vestiti al pastore Wilm.

Tra quelli che danno aiuto ci sono i tifosi della squadra di calcio del St Pauli. Era solo questione di tempo, prima che i fan della seconda squadra di Amburgo (dopo la omonima squadra locale, vincitrice anche di una Coppa Campioni del 1983 e mai retrocessa in serie B) si presentassero alla porta della chiesa locale. Il St Pauli è una squadra diversa dalle altre. A metà anni Ottanta, il club decise di distinguersi, diventando un vero fenomeno cult del calcio tedesco ed europeo. Un cult cominciato quando la società decise di trasferire lo stadio vicino Reeperbahn, nel cuore pulsante del quartiere. I tifosi, per rafforzare il legame con la zona portuale, decisero di adottare come proprio simbolo il Jolly Roger, il teschio con due ossa incrociate: lo avevano portato un giorno in curva al Millerntor Stadion alcuni squatter, quasi per scherzo. Uno stadio che registrava 35mila presenze ad ogni partita. Un unità che ben presto porta i tifosi a darsi, tra i primi in Europa nel loro genere, a iniziative e campagne sociali. In curva spunta sempre più spesso la bandiera della pace. Ai tifosi di estrema destra viene impedito l’ingresso allo stadio. Il primo Mondiale di calcio delle nazioni non riconosciute si svolge qui, tra prostituite, malfattori, squatter.

Il senso di appartenenza e solidarietà dei tifosi del St Pauli si era manifestato già nel 2005, con l’iniziativa Viva con agua de Sankt Pauli, ovvero una raccolta di denaro per acquistare distributori d’acqua da inviare a Cuba. Era quasi destino che tifosi e rifugiati si incontrassero proprio qui. Nel giardino della chiesa del pastore Wilm, arrivano dei container dove i ragazzi possono rifugiarsi per l’inverno successivo. Il borgomastro Scholz vede e non approva. Ma Wilm le studia tutte, pur di salvare i rifugiati. Tanto che, quando a moti di loro scade il permesso di soggiorno, fornisce loro di una sorta di pass, che permette loro di risultare registrati alla comunità della chiesa.

E dove non arriva il pastore, arriva il pallone. Perché i tifosi del St Pauli coinvolgono il club, che ospita i ragazzi a vedere qualche allenamento prima e delle amichevoli poi. Ma il club di St Pauli è una polisportiva, con uno staff numeroso e pronto a dare una mano. Succede così che trenta dei rifugiati accettano la pazza idea: formare una squadra di calcio, allenata da cinque ragazze della squadra del St Pauli di pallamano. «Parliamo di trenta persone che amano il calcio e che si incontrano con regolarità per allenarsi, giocare amichevoli e tornei», spiega una di loro, Hagar. Con le colleghe, da anni non solo si è occupata di handball, ma anche di vari progetti umanitari promossi dal club: «Infatti il nostro motto è questo: “Siamo qui per giocare, siamo qui per restare”. Nel supportare il Lampedusa Fc, tu supporti e aiuti il loro diritto a stare ad Amburgo. E dai il benvenuto ai rifugiati nel nostro bellissimo mondo del calcio. Tutti hanno il diritto di giocare al pallone dove hanno voglia di restare».

Il messaggio del Lampedusa Fc è dichiaratamente politico e sociale, in un contesto in cui la voglia dei rifugiato di restare e la voglia dell’amministrazione locale di lavarsi le mani del problema ha creato non pochi problemi. Tra il giugno e l’agosto 2013, tra le vie di Amburgo, due grandi proteste alle quali hanno partecipato 1500 prima e 2500 persone dopo hanno cercato di tenere viva l’attenzione sui rifugiati di Lampedusa. Che nel frattempo si allenano e giocano «per distrarsi almeno per qualche ora dai loro problemi, sentendosi parte di una comunità», racconta Hagar.

L’attenzione sul Lampedusa Fc è più viva che mai (di recente ne ha parlato anche l’ottimo sito “Sport alla rovescia”). Nel 2013, già dopo le prime partite, era stato dedicato loro un docu-film, che raccontava della nascita della squadra in mezzo alle proteste dei rifugiati per il proprio diritto a restare e che è stato presentato all’Hamburg Filmfest. Un’attenzione che è diventata sportiva: oggi il club gioca in un torneo ufficiale locale, dopo il terzo posto ottenuto lo scorso anno nel torneo tra le squadre fan club del St Pauli. Una vera e propria promozione sul campo, che il Lampedusa interpreta con il giusto spirito. Qualche giorno fa, la squadra dilettantistica della Roter Stern Kickers 05 ha donato maglie e palloni al Lampedusa Fc. Che su Facebook ha risposto: “Grazie mille ragazzi. Ci vediamo a gennaio, quando vinceremo la coppa contro di voi!”.

Original article under http://www.linkiesta.it/fc-lampedusa-squadra-rifugiati-amburgo

Photo by Daniel Müller

 

 

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